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Un ritual di bellezza di 2.000 anni fa: ferro incrostato nei denti dell’Età del Ferro in Vietnam

Un ritual di bellezza di 2.000 anni fa: ferro incrostato nei denti dell’Età del Ferro in Vietnam

L’immagine di bellezza che oggi diamo per scontata – denti bianchi, uniformi, brillanti – è in realtà una costruzione culturale recente. In altri luoghi e in altre epoche, l’estetica ha seguito strade molto diverse. Nel nord del Vietnam, per esempio, scurire deliberatamente i denti fino a ottenere un nero profondo e lucente è stato per secoli un ideale di eleganza, maturità e identità. La sorpresa è che questa tradizione, documentata ancora nel XX secolo, ha ora radici scientificamente dimostrate in piena Età del Ferro.

Uno studio pubblicato sulla rivista Archaeological and Anthropological Sciences ha fornito la più antica evidenza archeologica nota finora dell’annerimento intenzionale dei denti in Vietnam. La scoperta proviene dal sito di Dong Xa, nel delta del Fiume Rosso, un luogo associato alla celebre cultura Dong Son, famosa per i raffinati tamburi di bronzo e per il suo ruolo chiave nelle reti di scambio del Sud-est asiatico più di duemila anni fa.

Dong Xa: quando la chimica conferma la storia

Il punto di partenza sono stati diversi resti umani rinvenuti a Dong Xa, un cimitero con sepolture in bare di legno che ha fornito molte informazioni sulle popolazioni del nord del Vietnam tra circa il II secolo a.C. e i primi secoli della nostra era. Tra gli scheletri, alcuni crani presentavano denti di un nero intensissimo, molto diverso dal tono marrone lasciato di solito dal consumo di noce di betel.

Sorgeva quindi il dubbio: si trattava di una colorazione accidentale, dovuta alla dieta, al contatto con suoli ricchi di ferro o a processi avvenuti dopo la sepoltura? Oppure era un intervento deliberato, un gesto estetico e culturale perfettamente consapevole?

Per rispondere, i ricercatori hanno utilizzato tecniche non distruttive come la microscopia elettronica a scansione e la fluorescenza a raggi X portatile. Hanno analizzato tre individui: due datati tra 1.800 e 2.200 anni fa e un terzo di circa 400 anni fa. In tutti i casi sono comparse tracce chimiche rivelatrici: elevate concentrazioni di ferro e zolfo incrostate nello smalto dentale.

Lo smalto, composto principalmente da idrossiapatite, conserva con notevole fedeltà le alterazioni chimiche subite in vita. E la combinazione di ferro e zolfo non corrisponde a un semplice processo naturale. Indica piuttosto la presenza di sali di ferro, un ingrediente essenziale nei pigmenti neri profondi. Lo stesso schema chimico, ripetuto in campioni e cronologie diverse, suggerisce una pratica sistematica.

Per fugare i dubbi, il team ha realizzato un esperimento comparativo: ha applicato a un dente moderno una miscela basata su inchiostro ferrogallico, simile alle ricette tradizionali documentate in Vietnam. Dopo il trattamento, il dente mostrava la stessa “firma chimica” degli esemplari antichi. La coincidenza era troppo precisa per essere casuale.

Molto più che estetica: identità e confine culturale

L’annerimento dei denti non fu una stranezza isolata. È documentato in diverse regioni dell’Asia, dell’Oceania e persino in Africa e America, con significati variabili: rito di passaggio, distinzione dal mondo animale, segno di appartenenza o simbolo di bellezza. In Vietnam, però, raggiunse un grado di sofisticazione eccezionale.

Le fonti etnografiche descrivono un processo complesso che poteva durare quasi venti giorni. Non bastava strofinare i denti con piante ricche di tannini. Nella versione più elaborata, la tecnica includeva varie fasi: pulizia e “preparazione” dello smalto con agenti acidi, applicazione di estratti vegetali riscaldati e combinati con sali di ferro e, infine, una lucidatura con ceneri o catrame di cocco per ottenere una finitura brillante.

Il principio chimico è noto: i tannini, composti presenti in numerose piante, reagiscono con gli ioni di ferro formando complessi scuri e stabili. È la stessa reazione che per secoli ha dato origine all’inchiostro con cui sono stati scritti innumerevoli manoscritti europei. In bocca, questa reazione produceva un nero intenso e duraturo.

Il fatto che questa tecnica sia documentata 2.000 anni fa a Dong Xa non è un dettaglio secondario. Coincide con un periodo di profondi cambiamenti tecnologici e sociali nel nord del Vietnam. L’Età del Ferro comportò una maggiore disponibilità di strumenti e utensili metallici, oltre a un’intensificazione degli scambi con il sud della Cina e con altre regioni del Sud-est asiatico. L’accesso al ferro rese probabilmente più facile la preparazione di paste pigmentarie più efficaci.

In questo contesto, il passaggio da pratiche neolitiche come l’ablazione dentale – l’estrazione rituale di alcuni denti – alla colorazione nera può essere interpretato come una trasformazione simbolica: un nuovo modo di marcare il corpo senza ricorrere a mutilazioni permanenti. Le statistiche comparative mostrano infatti un drastico calo dell’ablazione e un aumento significativo dell’annerimento nell’Età del Ferro.

Il “regno dei denti neri” e lo sguardo cinese

L’archeologia non procede da sola. I testi storici cinesi, tra il III secolo a.C. e il III secolo d.C., parlano già di popolazioni situate a sud-ovest che si distinguevano per avere i denti neri. Alcune cronache menzionano persino l’uso di sostanze vegetali biancastre per ottenere un oscuramento duraturo.

Finora, queste testimonianze potevano essere interpretate come esagerazioni etnografiche o descrizioni superficiali. Le nuove prove scientifiche forniscono però un ancoraggio materiale a quei racconti. Tempo e spazio coincidono: circa 2.000 anni fa, nel nord del Vietnam, comunità legate alla cultura Dong Son praticavano effettivamente l’annerimento dei denti.

La continuità storica rafforza questa idea. Documenti di epoche successive, inclusi testi della dinastia Song e cronache vietnamite medievali, continuano a citare l’usanza. E tra XIX e XX secolo la tradizione era ancora viva in molte comunità, sia maggioritarie sia minoritarie, senza distinzione di sesso o status sociale.

Lungi dall’essere una pratica marginale, il dente nero funzionava come un marcatore collettivo. In società in cui il corpo era un vero e proprio “telaio simbolico” – con tatuaggi, ornamenti e modificazioni corporali – anche il sorriso parlava di appartenenza. Segnava il confine tra umano e non umano, tra civilizzato e barbaro, tra infanzia ed età adulta.

Betel, ferro e la costruzione della differenza

Uno dei grandi nodi interpretativi era distinguere l’annerimento intenzionale dalla semplice colorazione provocata dal consumo di noce di betel, una pratica diffusissima in Asia da millenni. Il betel lascia sui denti una tonalità rossastra o marrone scuro, ma raramente quel nero profondo, quasi laccato, descritto in Vietnam.

Qui l’analisi chimica offre un criterio decisivo: la presenza di composti derivati da sali di ferro. Il betel può fornire tannini, ma da solo non genera le concentrazioni di ferro rilevate a Dong Xa. Il ferro doveva essere aggiunto deliberatamente, sia tramite minerali ricchi di solfati, sia attraverso la reazione con utensili metallici.

Questo dettaglio cambia la lettura storica. Non si trattava di una conseguenza secondaria delle abitudini alimentari, ma di un intervento pianificato, ripetuto e socialmente valorizzato. Un gesto che richiedeva tempo, conoscenze tecniche e una rete di trasmissione culturale.

Una nuova finestra sulla vita quotidiana dell’Età del Ferro

La cultura Dong Son è spesso evocata attraverso i suoi spettacolari tamburi di bronzo e le armi finemente decorate. Tuttavia, queste scoperte ci avvicinano a qualcosa di più intimo: la vita quotidiana, la cura del corpo, il modo in cui le persone si guardavano e venivano guardate.

L’annerimento dei denti non era un capriccio, ma parte di un universo simbolico coerente. In un mondo in trasformazione, in cui le reti commerciali si ampliavano e le identità si ridefinivano, il corpo diventava uno spazio di affermazione culturale.

Lo studio non solo amplia l’orizzonte cronologico della tradizione vietnamita di quasi due millenni, ma offre anche un metodo per individuare pratiche cosmetiche antiche senza danneggiare i resti umani. In questo caso, la chimica diventa alleata della storia.

Forse tra qualche secolo gli archeologi del futuro resteranno stupiti dalla nostra ossessione per il bianco perfetto. Ciò che oggi consideriamo naturale o desiderabile non è altro che una convenzione. Nel Vietnam dell’Età del Ferro, il sorriso ideale era nero, brillante e carico di significato.

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Andrea Romano

Andrea Romano

Sono Andrea Romano, appassionato di storia, scienza e tecnologia. Da anni mi dedico alla divulgazione culturale perché amo raccontare fatti, scoperte e curiosità in modo chiaro, neutrale e sempre basato su fonti affidabili. Credo che comprendere il passato e la scienza ci aiuti a interpretare meglio il presente.