L’idea egizia della barca solare
L’Antico Egitto è passato alla storia come una delle civiltà più durature, ma anche per molte altre ragioni: l’enorme patrimonio architettonico, con le piramidi in primo piano; una società prospera e avanzata; invenzioni ancora in uso, come il trucco o le parrucche; e una forte influenza su arte, scrittura e mitologia. Soprattutto, però, spicca il loro rapporto con la morte e con l’idea di immortalità, riflessa nelle tombe e nelle tecniche di mummificazione.
Nel programma radiofonico SER Historia, lo storico Nacho Ares ha intervistato l’egittologo José Manuel Galán. Oltre ad aver studiato la figura della regina-faraone Hatshepsut, Galán ha approfondito anche quella dello scriba Djehuty, la cui tomba è celebre per le iscrizioni e i rilievi di altissima qualità. Si tratta di una figura chiave per comprendere meglio oggi l’Antico Egitto.
Galán ha rivelato che, all’interno del Libro dei Morti, esiste un capitolo dedicato alla barca solare, un’imbarcazione sacra e simbolica legata alla mitologia solare e al viaggio del faraone nell’aldilà. Questa credenza influenzava direttamente il modo in cui gli egizi seppellivano i loro morti.
Perché le tombe sono così profonde
Secondo Galán, “le tombe in Egitto vengono scavate così in profondità perché l’idea dell’egiziano è raggiungere la barca solare nel suo viaggio notturno sotto la terra per rinascere con il sole la mattina seguente”. Per questo motivo “le tombe della Valle dei Re sono così grandi e le tombe dei nobili così profonde”.
Un esempio evidente è la tomba del secondo faraone della XIX dinastia e padre di Ramses II, Seti I (KV17), situata nella Valle dei Re e considerata una delle più profonde, con oltre 136 metri di lunghezza totale. La grande profondità risponde all’idea che, in questo modo, “aumentavano le possibilità di raggiungere la barca solare”.
In questo contesto, Djehuty “rappresenta il suo successo in una delle vignette, in cui appare dietro il dio Ra-Horajty, finalmente salito su una barca solare. Ma prima che ciò avvenga, Djehuty deve superare una prova”.
La prova per salire sulla barca solare
Galán descrive questa scena come una sorta di piccolo teatro rituale. Le diverse parti della barca solare interrogano il defunto, che deve dimostrare di conoscere il loro “nome segreto” per poter essere ammesso a bordo:
- I remi chiedono: “Noi siamo i remi, qual è il nostro nome segreto?”, e Djehuty risponde: “I remi sono le costole di Seth”.
- L’albero della barca domanda: “Qual è il mio nome segreto?”, e lui replica: “Il tuo nome segreto è la colonna di Iside”.
- A turno, le varie componenti dell’imbarcazione lo interrogano, ed egli deve dare la risposta esatta per ottenere l’accesso alla barca solare.
Questa scena mostra che l’ingresso nella barca divina, e quindi il successo nel viaggio nell’aldilà, non dipende solo dai riti, ma anche dal possesso di un sapere preciso.
Conoscenza e vita eterna nel Libro dei Morti
Per questo, conclude Galán, “il Libro dei Morti cerca di fornire al defunto ciò che deve sapere per raggiungere la vita eterna nell’aldilà. In altre parole, gli egizi legavano la loro vita eterna alla conoscenza di determinate cose”.
La profondità delle tombe, la presenza di testi e immagini sulle pareti e l’importanza delle formule del Libro dei Morti rispondono alla stessa logica: preparare il defunto, passo dopo passo, al viaggio notturno con la barca solare e alla rinascita insieme al sole, giorno dopo giorno, per l’eternità.
