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Muri del 1950, sedimenti del 2026: il disallineamento tecnico che sta uccidendo in silenzio i bacini spagnoli

Muri del 1950, sedimenti del 2026: il disallineamento tecnico che sta uccidendo in silenzio i bacini spagnoli

In una finestra di appena 72 ore, la riserva idrica della Spagna ha registrato una crescita senza precedenti. I dati sono passati da 693 ettometri cubi in un giorno a 2.349 hm³ in sole tre giornate. Dietro questa fotografia di abbondanza, con una mappa della Spagna tinta di blu, Greenpeace avverte però che si tratta di un’illusione ottica. Quello che vediamo brillare al sole è acqua, sì, ma ciò che si accumula sul fondo, invisibile e silenzioso, è fango. E ce n’è sempre di più.

La denuncia di una morte silenziosa

L’organizzazione ecologista Greenpeace ha lanciato un allarme: la vita utile dei bacini spagnoli si sta esaurendo. Non si tratta di un rischio imminente di collasso dei muri di cemento armato — le dighe restano solide dal punto di vista dell’ingegneria civile — ma di quella che definiscono una “perdita drastica di efficienza operativa”.

Il problema di fondo è il calendario. La gran parte dell’infrastruttura idraulica spagnola è stata costruita durante la dittatura (1950-1975). Questo significa, secondo i dati dell’organizzazione, che “una grande parte delle dighe sta superando proprio ora la soglia della loro vita utile teorica di progetto”, stimata tra i 50 e i 75 anni. Il calcestruzzo regge, ma i meccanismi in acciaio, come valvole e scarichi di fondo, risentono pesantemente del passare del tempo.

La fisica delle “piene solide”

Per capire perché i bacini perdono capacità bisogna guardare alla violenza delle piogge recenti. Le nuove perturbazioni esplosive colpiscono bacini idrografici molto erosi. L’acqua trascina verso il bacino tonnellate di terra, pietre e detriti.

Le infrastrutture più vecchie non hanno l’agilità necessaria per gestire questa miscela. I dati tecnici sono allarmanti. Secondo rapporti del Ministero per la Transizione Ecologica (MITECO) e del CEDEX (Centro de Estudios y Experimentación de Obras Públicas), il fiume Ebro ha cambiato radicalmente comportamento. Prima delle dighe, trasportava ogni anno 5,16 milioni di tonnellate di sedimenti fino al delta. Oggi, intrappolato dai muri di cemento, ne lascia passare solo 0,37 milioni di tonnellate. Il resto resta bloccato nei bacini, riducendo lo spazio utile per l’acqua.

Cronaca di un’obsolescenza ignorata

Non è un incidente imprevisto: è il risultato di voler gestire il clima del XXI secolo con strumenti di metà XX secolo. Greenpeace insiste sul fatto che le dighe operano sotto una “pressione climatica per la quale non sono state progettate”.

Nella provincia di León, bacini iconici come Villameca (inaugurato nel 1946) o Barrios de Luna (1956) furono pensati in base a parametri climatici stabili che hanno poco a che vedere con l’attuale variabilità estrema. Gli esperti lo segnalano da anni: geologi dell’Università di Barcellona avvertivano già nel 2018 che l’incertezza sulla quantità reale di sedimenti è elevata, perché monitorare il fondo di tutti i bacini è complesso e costoso.

Quando il fango diventa minaccia

Questa accumulazione di materiali non è solo un problema di capacità: è anche un rischio di sicurezza fisica che sta già mostrando il suo volto più pericoloso nel sud del Paese. Mentre si festeggia la pioggia, a Huelva si combatte una battaglia silenziosa contro il fango tossico.

Pochi giorni fa, l’Unità Militare di Emergenza (UME) è stata dispiegata “in via preventiva” nelle vasche minerarie della provincia. Lì, le piogge torrenziali — che in alcune zone hanno triplicato le previsioni — hanno saturato il terreno fino al limite. Il rischio non è più solo la perdita di capacità del bacino, ma la liquefazione dei fanghi: la pressione dell’acqua può trasformare i residui solidi in una marea incontrollabile.

È il promemoria più grafico del fatto che le nostre infrastrutture, siano esse dighe d’acqua o bacini di rifiuti, stanno subendo uno stress per il quale difficilmente sono state preparate.

Dalla draga al bosco

Se i bacini sono pieni di fango, la logica direbbe di rimuoverlo; ma la realtà economica lo rende quasi impossibile. Note tecniche del CEDEX, citate nel contesto della denuncia di Greenpeace, mostrano che il costo di estrarre i sedimenti “supera di gran lunga il costo che avrebbe avuto prevenirli”. Pulire un piccolo bacino di appena 10 hm³ potrebbe costare tra 50 e 150 milioni di euro. Se il fango necessita di trattamento prima di finire in discarica, il prezzo cresce ancora di più.

Da parte sua, il MITECO ha avviato “prove pilota” per mobilitare i sedimenti nel tratto Mequinenza-Ribarroja, con un budget di 1,2 milioni di euro, ma si tratta di interventi chirurgici di fronte a un problema sistemico.

Per Greenpeace, la soluzione non è nel cemento, ma in montagna. “La soluzione non termina nella diga o nel bacino, inizia nel suo intorno”, affermano. L’organizzazione chiede un urgente intervento di restaurazione idrologico-forestale, in cui un alveo sano e un bacino imbrifero ricco di alberi funzionino come una “spugna”. Le radici trattengono il suolo e impediscono che, durante le piogge torrenziali, la montagna si disgreghi e finisca sul fondo del bacino.

Il rischio di una garanzia illusoria

Il Regolamento per il Ripristino della Natura dell’UE, approvato nel 2024, obbliga la Spagna a presentare un Piano Nazionale entro agosto 2026. È l’ultima opportunità per cambiare strategia.

Julio Barea, responsabile delle acque di Greenpeace, lancia un avvertimento finale che dovrebbe risuonare oltre la pioggia di questi giorni: “L’obsolescenza tecnica dei nostri bacini ci renderà sempre più vulnerabili di fronte alla prossima grande crisi idrica”. Se non si modernizzano gli scarichi di fondo (per permettere al fango di uscire) e non si riforestano le sorgenti dei fiumi (per evitare che il fango arrivi), la “garanzia di acqua” resterà una fantasia statistica.

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Andrea Romano

Andrea Romano

Sono Andrea Romano, appassionato di storia, scienza e tecnologia. Da anni mi dedico alla divulgazione culturale perché amo raccontare fatti, scoperte e curiosità in modo chiaro, neutrale e sempre basato su fonti affidabili. Credo che comprendere il passato e la scienza ci aiuti a interpretare meglio il presente.