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Scoperto nel sud del Sinai un rifugio roccioso con pitture rupestri di fino a diecimila anni

Scoperto nel sud del Sinai un rifugio roccioso con pitture rupestri di fino a diecimila anni

Una missione archeologica egiziana del Consiglio Supremo delle Antichità che lavora nel sud della penisola del Sinai ha portato alla luce uno dei siti di arte rupestre più rilevanti delle ultime decadi, un luogo finora sconosciuto alla comunità scientifica e identificato come altopiano di Umm Araka.

La scoperta, presentata ufficialmente dalle autorità delle antichità, rivela una sequenza di occupazione che si estende per circa diecimila anni, con manifestazioni artistiche che vanno dal Neolitico all’epoca islamica. Il sito consolida la regione come un punto strategico per lo studio dell’insediamento umano e degli scambi culturali nel Vicino Oriente antico.

Un’aggiunta di primo piano alla mappa archeologica egiziana

Il ministro del Turismo e delle Antichità, Sherif Fathy, ha definito la scoperta un’aggiunta qualitativa di prim’ordine alla mappa archeologica dell’Egitto, sottolineando come il sito rappresenti una prova tangibile della successione di civiltà in questo territorio nel corso dei millenni.

Fathy ha evidenziato che ritrovamenti di questo tipo rafforzano la posizione dell’Egitto nel circuito del turismo culturale internazionale e aprono nuove prospettive per lo sviluppo di questo segmento, poiché il patrimonio della penisola si arricchisce ora di un luogo di eccezionale valore storico e artistico.

Le dichiarazioni del ministro insistono sulla continuità dei lavori di esplorazione, documentazione e conservazione condotti dal suo dipartimento secondo standard internazionali rigorosi, un’attività che ha permesso di portare alla luce questo insieme di rappresentazioni grafiche e resti materiali.

Umm Araka, un museo naturale a cielo aperto

Il segretario generale del Consiglio Supremo delle Antichità, Hisham El-Leithy, ha spiegato che l’altopiano di Umm Araka deve essere considerato come un museo naturale all’aperto, per l’eccezionale diversità cronologica e tecnica delle sue iscrizioni e pitture rupestri.

El-Leithy ha sottolineato che questa varietà, che va dalle espressioni figurative delle società di cacciatori-raccoglitori dell’Olocene iniziale alle iscrizioni arabe di epoca medievale, conferisce al sito una rilevanza scientifica fuori dal comune. In un unico spazio geografico è infatti possibile tracciare una linea evolutiva del pensiero simbolico e della capacità artistica dell’essere umano.

I lavori di analisi e studio dei motivi rappresentati proseguiranno nei prossimi mesi, fase preliminare indispensabile per progettare un piano integrale che garantisca la protezione del luogo e una documentazione adeguata in vista di future ricerche.

Il ruolo della popolazione locale e il contesto geografico

La scoperta rientra nelle attività sistematiche di prospezione e registrazione dell’arte rupestre nel sud del Sinai, operazioni che hanno contato sulla collaborazione della popolazione locale, in particolare con la guida di Rabie Barakat, originario della zona di Serabit el-Jadim. È un esempio del ruolo che gli abitanti della regione svolgono nella salvaguardia del patrimonio culturale.

L’altopiano di Umm Araka si trova in un’area sabbiosa a circa cinque chilometri a nord-est del noto tempio di Serabit el-Jadim e delle antiche zone di sfruttamento minerario di rame e turchese. Si tratta di una posizione strategica che domina un’ampia pianura che si estende verso nord fino all’altopiano di El Tih. Questo punto privilegiato suggerisce che il luogo possa aver funzionato, nel corso della storia, come punto di osservazione, area di incontro e luogo di sosta per le genti che transitavano lungo questa rotta.

Un grande riparo naturale nella roccia

La topografia del sito presenta un riparo roccioso di formazione naturale scavato nella arenaria, che si sviluppa sul versante orientale dell’altopiano per oltre cento metri lineari, con una profondità variabile tra i due e i tre metri.

L’altezza del soffitto di questa sorta di visiera rocciosa varia da circa un metro e mezzo fino a soli cinquanta centimetri. Questa caratteristica morfologica ha condizionato il modo in cui lo spazio è stato utilizzato dagli esseri umani e ha permesso di preservare sulla sua superficie un insieme eccezionale di rappresentazioni pittoriche.

Pitture rosse e grigiastre: un repertorio inaspettato

Il soffitto del riparo conserva una ricca collezione di pitture realizzate con pigmento rosso, in cui si riconoscono figure di animali e diversi segni il cui significato è ancora oggetto di analisi da parte degli specialisti.

Accanto a queste rappresentazioni, il team della missione egiziana ha documentato per la prima volta un altro gruppo di pitture in tonalità grigiastra, una variante cromatica finora non registrata nella zona, che amplia lo spettro tecnico del repertorio artistico del sito.

A queste si aggiungono numerose iscrizioni e scene realizzate con diverse tecniche esecutive, elemento che rivela una complessità culturale e una ricchezza estetica considerate eccezionali dagli archeologi per un singolo luogo.

Un rifugio per persone e animali nel deserto

Durante i lavori di documentazione all’interno del riparo, gli archeologi hanno rinvenuto consistenti accumuli di escrementi animali, un indicatore chiaro del fatto che in epoche successive lo spazio sia stato utilizzato come rifugio sia per le persone sia per il bestiame. Il riparo offriva protezione dalle intemperie, in particolare dalle piogge e dalle grandinate tipiche del clima desertico.

Sono state inoltre identificate divisioni interne costruite con muratura in pietra, che configuravano unità abitative autonome. Al loro interno sono stati trovati resti di focolari che testimoniano la ricorrenza dell’occupazione umana in fasi successive.

Strumenti, ceramiche e millenni di rioccupazione

La prospezione archeologica estesa ai dintorni ha restituito anche materiali mobili di grande interesse, tra cui diversi strumenti in pietra e una collezione di frammenti ceramici.

Lo studio preliminare di questi reperti permette di attribuire una parte del materiale ceramico al Medio Regno faraonico, mentre un altro gruppo di frammenti è stato datato all’epoca romana, in particolare al III secolo della nostra era. Questa evidenza materiale conferma la lunga durata dell’uso del luogo, con successive rioccupazioni che sfruttavano le qualità protettive del riparo e la sua posizione dominante.

Diecimila anni di immagini: la sequenza delle pitture

L’analisi preliminare delle manifestazioni grafiche ha portato i ricercatori a proporre una prima sequenza cronologica che distingue diversi gruppi.

Elemento / passaggio A cosa serve (in pratica)
Pitture rosse più antiche (X millennio – 5500 a.C.) Documentano specie animali e l’ambiente ecologico dei primi gruppi umani della zona
Incisioni profonde con scene di caccia Riflettono strategie di sussistenza e attività economiche (caccia con arco e cani)
Figure di dromedari e cavalli con cavalieri armati Testimoniano nuove forme di mobilità, uso degli animali da montatura e contatti culturali intensi
Iscrizioni in scrittura nabatea Collegano il sito alle reti storiche del Vicino Oriente e alle popolazioni nabatee
Iscrizioni in lingua araba Provano la continuità di frequentazione durante i primi secoli islamici e il Medioevo

Il gruppo più antico corrisponde alle pitture rosse del soffitto del riparo, la cui esecuzione viene collocata, in una prima approssimazione, tra il X millennio e il 5500 a.C. Queste rappresentazioni illustrano diverse specie animali e costituiscono una testimonianza visiva dell’ambiente ecologico e della fauna presenti in quell’epoca remota.

Una fase successiva comprende incisioni realizzate con la tecnica dell’incisione profonda. Tra queste spicca una scena in cui un cacciatore armato di arco insidia uno stambecco, accompagnato da diversi cani: una composizione che riflette le strategie di sopravvivenza e le attività economiche dei gruppi umani che occuparono la regione.

Altri insiemi figurativi includono rappresentazioni di dromedari e cavalli in diverse posture, alcuni montati da cavalieri armati, talvolta associati a iscrizioni in scrittura nabatea. Ciò rimanda a periodi storici caratterizzati da intensi contatti culturali e dinamiche di interazione tra popolazioni di diversa origine.

Infine, è stata documentata una serie di iscrizioni in lingua araba che costituiscono una prova eloquente della continuità dell’insediamento e della frequentazione del sito durante i primi secoli dell’espansione islamica e lungo tutto il Medioevo, chiudendo così un ciclo di occupazione di ampiezza cronologica difficilmente eguagliabile nell’archeologia della regione.

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Andrea Romano

Andrea Romano

Sono Andrea Romano, appassionato di storia, scienza e tecnologia. Da anni mi dedico alla divulgazione culturale perché amo raccontare fatti, scoperte e curiosità in modo chiaro, neutrale e sempre basato su fonti affidabili. Credo che comprendere il passato e la scienza ci aiuti a interpretare meglio il presente.