Le impronte trovate nel deserto. Una recente scoperta archeologica nel Parco Nazionale di White Sands, negli Stati Uniti, ha scosso alcuni pilastri dell’archeologia moderna. Diverse impronte umane, conservate nel fango antico, indicano che persone camminavano in quest’area circa 23.000 anni fa.
Questo dato colloca la presenza umana durante l’Ultimo Massimo Glaciale, nel pieno dell’Età del Ghiaccio, molto prima di quanto sostenessero le teorie tradizionali sulla storia delle migrazioni.
La rilevanza della scoperta in America sta nella solidità delle prove presentate dal team di ricerca. Inizialmente erano emersi dubbi sull’affidabilità delle datazioni ottenute con semi e polline, ma gli scienziati sono tornati sul posto per prelevare campioni di fango antico direttamente associati alle tracce. Tre laboratori diversi hanno analizzato i materiali in modo indipendente, ottenendo risultati concordanti che confermano l’antichità delle impronte.
Un nuovo capitolo nella storia dell’umanità

L’area in cui è stata effettuata la scoperta decisiva.
Vance Holliday, specialista dell’Università dell’Arizona, ha guidato gli sforzi per corroborare i dati. Le analisi dei sedimenti collocano le impronte tra 20.700 e 22.400 anni fa.
Questa coerenza rende difficile qualsiasi tentativo di confutazione scientifica: la convergenza tra semi, polline e sedimenti geologici offre un quadro difficile da ignorare per la comunità accademica internazionale.
Per decenni, la narrazione “ufficiale” ha sostenuto che la cultura Clovis rappresentasse i primi abitanti del continente. Secondo quel modello, questi gruppi avrebbero attraversato il ponte di terra della Beringia circa 13.000 anni fa. La scoperta di White Sands mette però in crisi l’ipotesi “Clovis first”, suggerendo che esistevano già gruppi umani stabiliti migliaia di anni prima del ritiro delle grandi calotte di ghiaccio.
Gli scienziati potrebbero aver cambiato la storia dell’umanità
In un passato remoto, l’area di White Sands ospitava un sistema di laghi e corsi d’acqua. Le impronte sono emerse nel letto di un antico ruscello che alimentava bacini oggi asciutti.
Nonostante l’erosione del vento e lo spostamento delle dune di gesso, le evidenze sono rimaste protette sotto la superficie, in attesa di modificare la comprensione della storia del popolamento delle Americhe.
L’assenza di strumenti in pietra o di resti di accampamenti nelle vicinanze ha sollevato interrogativi tra gli esperti. I ricercatori, però, spiegano che i gruppi nomadi tendevano a custodire i propri oggetti e non abbandonavano materiali preziosi durante spostamenti brevi. In questo senso, ciò che è stato analizzato negli Stati Uniti offre una finestra diretta sulla vita quotidiana di persone capaci di adattarsi a ambienti gelidi e a paesaggi molto diversi da quelli attuali.
