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Uno studio archeologico rivela che i paleo-inuit compirono uno dei viaggi marittimi più estremi della Preistoria attraversando mari ghiacciati 4.500 anni fa

Per decenni, l’archeologia dell’Artico ha descritto i primi abitanti delle regioni più settentrionali del pianeta come gruppi prudenti, quasi sempre legati alla terraferma e a rotte relativamente sicure. Un recente studio pubblicato su Antiquity costringe però a rivedere a fondo questa immagine.

La ricerca, concentrata sul remoto arcipelago di Kitsissut, nel nord-ovest della Groenlandia, mostra che le comunità paleo-inuit non solo conoscevano il mare: si avventuravano regolarmente in traversate che, ancora oggi, sono considerate estremamente pericolose.

Kitsissut è un piccolo insieme di isole rocciose battute dal vento e circondate da acque imprevedibili. Si trova al centro di uno degli ambienti marini più singolari del pianeta: una polynya, un’area di mare aperto che resta libera dai ghiacci anche durante i mesi più duri dell’inverno artico. Raggiungerla non è semplice nemmeno con tecnologia moderna; eppure, circa 4.500 anni fa, intere comunità lo facevano senza motori, senza strumenti di navigazione e senza alcuna possibilità di soccorso.

Il lavoro archeologico, guidato da ricercatori di università canadesi e groenlandesi, documenta quasi 300 strutture distribuite su varie isole dell’arcipelago. Spicca un nucleo eccezionale: quindici abitazioni paleo-inuit concentrate in un unico punto dell’isola di Isbjørne. Non sembra un accampamento occasionale o una sosta d’emergenza: tutto indica un luogo frequentato più volte, un vero “destino” nel paesaggio mentale ed economico di queste comunità.

Un insediamento che non si adatta alle idee tradizionali

Le abitazioni identificate seguono un modello ben noto agli archeologi dell’Artico antico: anelli di pietre che delimitavano tende di pelle, con strutture assiali interne e focolari centrali. Questa architettura è tipica del primo periodo paleo-inuit e compare in altri punti dell’Alto Artico, ma raramente in una concentrazione così elevata e, soprattutto, in un contesto tanto isolato.

Una datazione al radiocarbonio effettuata su un osso di uccello marino rinvenuto in uno dei focolari colloca l’occupazione tra circa 4.400 e 3.900 anni “prima del presente”. L’intervallo è ampio, ma basta per escludere frequentazioni più tarde e per confermare che queste traversate avvennero mentre l’ambiente artico si stava ancora stabilizzando dopo il ritiro dei ghiacciai.

Questo dettaglio è cruciale. Quando queste comunità arrivarono a Kitsissut, l’ecosistema che oggi associamo alla polynya era ancora in formazione. Le rotte migratorie degli animali, le colonie di uccelli e i cicli biologici non erano ancora quelli attuali. I paleo-inuit non si limitarono ad adattarsi a un sistema già definito: contribuirono attivamente alla sua configurazione.

Attraversare un mare che resta mortale

Il dato più sorprendente è la distanza. Il percorso più breve tra la costa della Groenlandia e Kitsissut supera i 50 chilometri di mare aperto. Non esistono isole intermedie né ripari naturali. La traversata attraversa una zona dove convergono correnti fredde e calde, con nebbie fitte, venti incrociati e moto ondoso imprevedibile.

Oggi, un kayaker esperto, con GPS e previsioni meteo, impiegherebbe più di 12 ore di pagaiata continua per completare il tragitto in condizioni favorevoli. Quattromilacinquecento anni fa, queste comunità lo facevano su imbarcazioni con telaio di legno rivestito di pelle, senza bussola, senza carte nautiche e senza margine d’errore: un guasto poteva significare scomparire in mare.

Lo studio esclude con chiarezza che l’accesso avvenisse camminando sul ghiaccio. La polynya di questa regione rimane aperta anche in inverno e le evidenze archeologiche indicano visite durante la stagione calda, in coincidenza con l’arrivo massiccio degli uccelli marini.

Uccelli, uova e un’economia del rischio

Le abitazioni si trovano ai piedi di enormi falesie dove nidificano migliaia di alche comuni, tra gli uccelli più importanti dell’Artico. I resti ossei rinvenuti confermano che questi volatili e le loro uova erano una risorsa fondamentale.

L’importanza del luogo, però, non si esaurisce nell’alimentazione. Raggiungere Kitsissut implicava una logistica complessa: imbarcazioni robuste, conoscenza di venti e correnti, coordinamento sociale e pianificazione accurata dei tempi. Ne emerge l’immagine di comunità con una cultura marittima altamente sviluppata, lontana dall’idea di cacciatori esclusivamente terrestri.

Inoltre, il numero di abitazioni suggerisce che non si muovessero piccoli gruppi di soli uomini, ma comunità intere, probabilmente con donne, bambini e anziani. Questo rafforza l’ipotesi che Kitsissut non fosse una spedizione isolata, bensì uno spazio integrato nel calendario annuale e nella memoria collettiva.

Un ruolo umano nella costruzione dell’ecosistema artico

Uno degli aspetti più innovativi dello studio è l’approccio ecologico. Tradizionalmente, le polynya sono state considerate fenomeni puramente naturali. La presenza umana fin dalle prime fasi della loro formazione costringe invece a riconsiderare questa idea.

Gli uccelli marini trasferiscono nutrienti dal mare alla terra attraverso i loro escrementi, fertilizzando il suolo e creando veri e propri “oasi” biologiche in un ambiente estremo. L’attività umana — caccia, lavorazione degli animali, occupazioni ripetute — avrebbe intensificato questo flusso di nutrienti. Gli accampamenti paleo-inuit potrebbero aver funzionato come centri stabili di trasformazione ecologica, influenzando vegetazione, altre specie e la configurazione del paesaggio.

Lontani dall’essere spettatori passivi, questi gruppi furono parte attiva del sistema. La loro storia non può essere separata dalla storia ambientale dell’Artico.

Ripensare il passato artico

Il caso di Kitsissut impone di rivedere idee radicate nell’archeologia polare. Non è più sostenibile parlare di comunità antiche timide o limitate dal mare: queste popolazioni padroneggiavano tecnologie complesse, accettavano rischi estremi e prendevano decisioni strategiche in un ambiente in cambiamento.

Lo studio suggerisce anche che questo angolo di Artico possa essere stato un luogo di innovazione culturale, dove si svilupparono forme di vita marittima poi diffuse in altre regioni. Kitsissut non sarebbe stato un margine del mondo paleo-inuit, ma uno dei suoi centri.

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Andrea Romano

Andrea Romano

Sono Andrea Romano, appassionato di storia, scienza e tecnologia. Da anni mi dedico alla divulgazione culturale perché amo raccontare fatti, scoperte e curiosità in modo chiaro, neutrale e sempre basato su fonti affidabili. Credo che comprendere il passato e la scienza ci aiuti a interpretare meglio il presente.